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Venerdì 2 dicembre alle 17.30, presso il Bar Caffè l’Altro di Cuneo, presenterò Gli Dei muoiono di fame con gli amici del CeSPeC! L’evento rientra nel progetto Utopia Concreta, di cui vi ho già parlato qualche tempo fa.
E non è tutto: alla presentazione seguirà una discussione facilitata sul modello della Philosophy for Community, che verrà suscitata da una delle poesie incluse nella raccolta.

Non mancate!

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microeditoria

Sabato 7 novembre alle ore 15.00, presso la Sala del Conte di Villa Mazzotti (viale Mazzini 39) a Chiari (BS), nel contesto della Rassegna della Microeditoria, presenterò Gli Dei muoiono di fame insieme al filosofo, scrittore ed editore Attilio Fortini di Temperino Rosso.

Non mancate!

Ieri ho presentato il mio Gli Dei muoiono di fame a Casa Ciabbotto, bellissimo locale/enoteca/ristorante di Verduno (CN); insieme a me Gaia Ginevra Giorgi, che ha presentato la sua raccolta Vomitavo Vertigini. Dopo di noi si è esibito il cantautore torinese Mezzafemmina. Grazie a tutti i presenti e in particolare ad Adolfo Ferrero che ha coordinato il tutto!

Per l’occasione, oggi venerdì 19 e domani sabato 20 dicembre 2014, il mio libro sarà nuovamente disponibile GRATIS su Amazon! Regalatevelo 😉

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Giovedì 18 novembre presenterò il mio libro a Casa Ciabotto, uno splendido locale in quel di Verduno (CN)! Insieme a me, gli amici poeti Enrico Barbieri e Gaia Ginevra Giorgi. Per concludere in bellezza, si esibirà il cantautore torinese Mezzafemmina.

In occasione della presentazione, renderò nuovamente disponibile GRATIS “Gli Dei muoiono di fame” nei giorni di venerdì 19 e sabato 20.

Per farvi un’idea del locale e di tutto il resto, tenete d’occhio l’evento Facebook.

Bartolomeo Dotti, “Gli occhi neri”

Il Barocco: quale periodo più frainteso, vituperato e detestato di questo? Quanti si sono scontrati con l’assurdità dei marinisti, con l’oscurità dell’et in Arcadia ego, con la concettosità dei primi filosofi moderni, con l’incoerente pruderie della controriforma? Una certa propaganda “semplicista” ha sempre condannato la verbosità, la complessità e la dimensione ludica proprie di questo periodo, propaganda che (come saprete se avete letto le mie poesie) è tremendamente sfavorevole al mio stile. Eppure in quei riccioli e in quelle volute, in quelle auree cesellature e in quell’orrore per il vacuo ci sono Rubens e Bach, Donne e Shakespeare, de la Barca e Leibniz; bollare “la maniera” fa perdere di vista l’affresco generale, e come quest’ultimo lavori anche su chi è fuori dalle grandi correnti.

Salvator Rosa, Streghe durante i loro incantesimi, 1646

Fra i tanti poco noti, uno in particolare mi colpì, ormai nel lontano 2011: Bartolomeo Dotti. La sua vita, manco a dirlo, è di quelle da romanzo: non sfigurerebbe in qualche Feuilleton storico, fra tradimenti, duelli, carceramenti ed evasioni. Gettate un occhio a wikipedia, giusto per farvi un’idea.

Ebbene, il Dotti è fra i meno orginali dei già poco originali marinisti: encomi, liriche d’occasione, azzardi tecnici ed eccesso sono il suo pane quotidiano, tralaltro in un periodo in cui la moda iniziava a spostarsi altrove. Tuttavia alcune sue procedure erano così in sintonia con le mie, alcune immagini così vicine, da conquistarmi. Ecco una delle sue liriche più celebri, “Gli occhi neri” (il titolo, così semplice, non è ovviamente suo, ma di Croce, che in sede editoriale ha deciso di rendere più intellegibile il referente poetico – discutibile, caro Benedetto, discutibile…), presentato nella sua raccolta di sonetti del 1689. Per inciso, il libro andò malissimo, così tanto da convincerlo a “cambiare sponda”, mutare il suo stile e avvicinarsi all’Arcadia. Per la serie: c’è speranza anche per me.

Luci caliginose, ombre stellate,
Luciferi ammorzati, Esperi ardenti,
Orioni sereni, Orse turbate,
mesti Polluci e Pleiadi ridenti;
soli etiòpi e notti illuminate,
limpidi occasi e torbidi orienti,
meriggi nuvolosi, albe infocate,
foschi emisferi ed Erebi lucenti,
ottenebrati lumi e chiare eclissi,
splendide oscurità, tetri splendori,
firmamenti in error, pianeti fissi,
dèmoni luminosi, angioli mori,
tartarei paradisi, eterei abissi,
empirei de l’inferno, occhi di Clori!

Se non si fosse capito, sono tutti ossimori e contrapposizioni, accoppiati a due a due, tutti riferiti, infine, agli occhi dell’amata Clori. Ora, l’inutilità del significato è solo presunta: affogato da un significante ricco e articolato, chiede a gran voce di essere capito, ritrovato, salvato, eppure proprio dell’impasto mitologico-figurativo si nutre, nelle polarità e negli eccessi fonetici trova il suo veicolo, nell’assurdo del ridondante la via per esprimere ciò che altrimenti inesprimibile rimarrebbe.

Come sempre, a voi il rinvenimento di tali figure nei miei libri: ce ne sono numerose, anche semplicemente tematiche. Alla prossima e buona lettura!

Ieri pomeriggio ho presentato il mio “Gli Dei muoiono di fame” nella Biblioteca del comune di Corte Palasio, nel cuore della campagna lodigiana. Con me i baldi Riccardo Bozano e Ivo De Palma, che hanno letto qualche mio componimento e chiacchierato di poesia, arte, teatro e immaginazione. La presentazione era inserita nel ciclo di eventi “Incotri a corte“, un’iniziativa intelligente e divertente per coinvolgere grandi e piccini e far loro vivere la biblioteca, la cultura e il territorio. Un grazie a tutti quelli che hanno contribuito alla presentazione, in particolare a Elena!

Riccardo Bozano

Ivo De Palma

los tres caballeros

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Le Porno Riviste

il 5 novembre 1994, esattamente sette mesi dopo il suicidio di Kurt Cobain, il Tanaro esondò. L’alluvione colpì tutte le Langhe, l’Astigiano, l’Alessandrino e addirittura il Canavese, causando enormi danni, 70 vittime e più di 2000 sfollati. Io ai tempi abitavo in frazione Mussotto d’Alba. Ricordo che quel pomeriggio stavo guardando Italia 1, per la precisione il wrestling. Era difficile beccare il wrestling in tivvù, non ero mai riuscito a capire che posizione avesse nel palinsesto. C’è da dire che da qualche mese erano usciti i Power Rangers, e quindi la mia anima era completamente asservita a loro. Fatto sta che, grazieaddio, ce l’avevo finalmente fatta. La gioia di un settenne (si dice settenne?). Ebbene, la maledetta alluvione decise di infrangere i miei sogni di gloria televisiva, facendo saltare la corrente. Nella fattispecie, era esondato il torrente Riddone, famoso fra tutti noi bambini della scuola elementare Vattelapesca perchè meta di fantastiche gite naturalistiche a caccia di rane e libellule (si, il mondo anni ’90 me lo ricordo tipo romanzo di Mark Twain). Orbene, quella puntata interrotta di wrestling mi andò di traverso, credo che interpretai la faccenda tipo Leopardi, imprecando verso nature matrigne e roba simile, un piccolo settene islandese. Ma in qualche modo sopravvissi al trauma.

Il 23 ottobre 2002, otto anni dopo, mi ritrovai lungo il Riddone, a 6 km dalla mia vecchia casa. Non c’entravano rane, alluvioni o Power Rangers. Indossavo una felpa azzurro smorto della Diesel un po’ sgualcita, le puma rosse e blu coi lacci larghi, un paio di jeans improponibilmente larghi e un cappellino della nike a cui avevo nascosto il logo con una toppa con sopra scritto in rosso “Ramones”. Era passato il tempo, avevo vissuto altrove (ma tanto altrove, diciamo a un migliaio di km), mi erano spuntati tre peli sul mento, mi ero operato di fimosi, avevo scoperto Ranma 1/2 e fatto mille altre cose. Eppure ero lì, lungo lo stesso rigagnolo, sulle cui rive, nel frattempo, un vecchio cinema era stato trasformato in un circolo ARCI dove si esibivano molti gruppi fighi, perlopiù punk, hardcore, noise, il leggendario Cinema Vekkio. Quella sera suonava un gruppo che, in quegli ultimi sei mesi, mi aveva conquistato l’anima (spodestando, non senza fatica, i Power Rangers): le Porno Riviste.

Lo so, lo so cosa pensate, del resto anche mia madre aveva pensato lo stesso, qualcosa tipo MA-CHE-DIAVOLO-SONO-QUESTI-MA-TI-RENDI-CONTO-ANARCHICI-VOLGARI-E-PROVOCATORI-MA-A-CHI-CREDONO-DI-PROVOCARE-EH-MA-SENTI-SONO-PERICOLOSI-GUARDA-CHE-NON-TI-CI-MANDO-EH-CAPITO-E-METTI-IN-ORDINE-I-CALZINI-SPARSI-PER-LA-CAMERA, ma alla fine mi mandò, complice la compagnia di un amico più grande di cui si fidava, che mi aveva iniziato ai culti misterici della birra e del punk. Perchè mi piacevano? Più o meno per gli tessi motivi per cui i miei li guardavano con sospetto, direi: provocatori, irriverenti, scazzati, ma al contempo cazzoni, provinciali, deliziosamente romantici e critici verso quello che non andava. Insomma, erano i miei miti. Il mito delle Porno Riviste alimentò buona parte della mia adolescenza: la fatidica sera del 23 ottobre (anniversario tralaltro da poco festeggiato, che sia di buon auspicio per il libro…?) conobbi altri scalzacani come me, scoprii la socialità, il gruppo, la libertà, essere me stesso, e non tanto perchè avessi da sfogare un lato “duro”, quanto piuttosto perchè le Porno Riviste, sfigati fra gli sfigati, mi regalavano l’immagine perfetta della vita provinciale, di come resistere all’alienazione e alle paranoie del mondo in cui crescevo e che mi stava stretto; il punk che loro incarnavano era pura emergenza comunicativa, senza giudizio, per la serie “buttati, c’è il pogo che ti regge”.

Le Porno Riviste (di cui tralaltro ho ritrovo intatto il sito, dopo tutti questi anni! Dategli un occhio per fare un tuffo in quello che era il mondo di internet di allora… meraviglia) avevano due cantanti: Tommi e Dani. Il primo, ancora oggi frontman del gruppo, scriveva pezzi divertenti, irriverenti e cazzoni, tipo “In mutande da te”, “Kaellante (bastardo)”, “M.I.B. (Macchina incula bambini)”; Dani era era specie di para-esistenzialista, molto più profondo e romantico, ai limiti del “difficile”, in un mondo come quello del punk. Inutile dire che io preferivo (preferisco) Dani. Questa canzone in particolare (e qui arriviamo a Gli Dei muoiono di fame… Ascoltate, leggete e buona caccia!), dall’album Tensione 16, segna il punto più alto della sua scrittura, accompagnata da una musica inaspettatamente articolata…