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Venerdì 2 dicembre alle 17.30, presso il Bar Caffè l’Altro di Cuneo, presenterò Gli Dei muoiono di fame con gli amici del CeSPeC! L’evento rientra nel progetto Utopia Concreta, di cui vi ho già parlato qualche tempo fa.
E non è tutto: alla presentazione seguirà una discussione facilitata sul modello della Philosophy for Community, che verrà suscitata da una delle poesie incluse nella raccolta.

Non mancate!

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Su Formazione e Cambiamento di questo mese è stato pubblicata la presentazione di Metamorfosi e Metafora, il mio progetto formativo che, attraverso la scrittura poetica, si propone di affrontare il tema del cambiamento. Ho colto l’occasione per buttare giù due idee che avevo riguardo la formazione tout court e sul suo ruolo nella contemporaneità (sia quello effetivo, sia quello potenziale). Al link sovrastante potete leggere il breve articolo, mi farebbero piacere una vostra scorsa e un vostro commento, nonché una condivisione!


Con grande emozione ho finalmente il piacere di condividere questo progetto. Io sto bene e così spero di te è un poema multilingue che abbiamo composto io, Lorenzo Andrea Paolo Balducci, Kaja Terzan, Valentina Di Cataldo, Alvaro Seica, Sofia Rodou, Sara De Giorgi e Zafiris Nikitas. I temi sono quelli della lontananza, dell’assenza, della mancanza. C’è la città, ci sono incontri, scontri, affinità elettive e fili che si intrecciano. C’è la musica delle lingue diverse che si alternano e c’è la musica di Milano che vive attorno.

Grazie a Luca Basso, ideatore e direttore del progetto, a Giuseppe Magrone, regista sensibile e originale, e a Katia Addese, fonica e assistente alla regia.

Il progetto è stato prodotto da Arci nazionale in collaborazione con Bjcem – Association Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée.

 

Io sto bene e così spero di te

Le mani in tasca, i piedi nelle scarpe,
dritti i minuti, rovesciate le ore,
lunghi i cappotti e lunghe le sciarpe
come compagni in cerca di un dottore.
Ombre e poi luci che fanno baratto
di spezie e sali per sguardi d’accatto,
mentre la mente è attenta a ricomporre
l’acqua che cade, che filtra, che scorre.

Sembra che qua non ci passi nessuno,
niente che svuoti o riempia le borse:
all’indigestione segue il digiuno,
scordiamocele, le strade percorse
fino ad averle sputate nel cielo
– quell’indesiderato parallelo
di tutte le forme senza sostanza,
parodia della mia cittadinanza.

Ma sorrido, e dovrò dare un motivo
allo sghignazzo che mi apre la faccia:
sarà che non accetto remissivo
l’idea che ‘gioia’ sia una parolaccia.
Ho bisogno di un’ossigenatura.
Temo non mi interessi la paura
Perciò sorrido, ci è chiaro perché:
io sto bene e così spero di te.

Zaupam ti kot nekomu, ki je nem.
S te razdalje mi vsaka tvoja beseda
zleze pod kožo popolnoma nevsiljivo.
Hranim jih s prostorom zanje.
Moje telo izloča vse, česar ni sprejelo.
Brez nasmeha: vrtavka in romb
določata pot do izhoda. Osi misli
se premikajo hektično – v skladu z željami.

Vsi govorijo o spoju – združitvi.
Malokdo o: vztrajanju.
Ni mi do povzdiganja glasu
niti do petja. V mojem naročju
so vsi predmeti, ki sem jih kdajkoli
potrebovala. Ogledalo, vrtavka, romb
so ostali v mistični košari.
Kakor tudi jabolko z vrta Hesperid.

Tudi vest je potrebno umivati.
Negovati in loščiti kakor čevlje
ali perje ptic. Labodi se radi postavljajo
na glavo (ne nujno, zaradi hrane).
Kot bi se hoteli ogledati od spodaj navznoter.
V svojem naročju sem. Sestavljena
okrog osrednjega kanala …
Vredu sem in upam, da si ti tudi.

Io sto bene. Di questo amore a distanza
non è la mancanza, che mi spaventa.
Casomai è quel senso d’ansia che mi prende
ogni volta che mi arrendo ai possibili ritorni,
alla chance di una vita ipercorretta.
Ti immagino che rientri dal lavoro
e mi proponi un giro in centro perché
non conosci la città. E io accetto.

Ma tu sei via. E intanto che ti aspetto
accumulo illusioni nei cassetti.
Le fatture le tengo sul cuscino
insieme a un quaderno su cui traccio
scarabocchi dell’assenza e ventuno
differenze da colmare ogni sera
per riuscire a dormire. Ma poi il gatto
continua a pisciare dappertutto.

Che poi è per questo che sono ancora qui:
per offrirti una scusa per tornare.
Perché mi chiami per dire: Arrivo,
col treno delle 18.23.
Mi tengo pronta, sempre, e forse non è un male
che viviamo separati, così tu
puoi mancarmi e io riesco a inventarmi che
Io sti bene. Lo stesso spero di te.

Se este é um acordo legal entre ti e o poema
aeroporto em Nova Iorque não sei se a segurança nos deixará passar
os nossos estômagos têm mais do que 100 ml
se ao clicares eu aceito concordas com os termos deste acordo
Milão é uma cidade musculada
com um sótão desabitado à nossa espera
se a tua privacidade e segurança são importantes para nós
io sto bene e così spero di te

se quando usas os nossos serviços nos confias as tuas informações
o sótão do Gregório é frio cheira a gás e tem pó centenário
mas fica num castelo do século 14 ocupado por operários
se isto é o que acontece quando não há segunda opinião
o sotão do Gregório é frio e o aquecimento não funciona
abrimos a electricidade as torneiras do gás e a caldeira
se falsasboas afirmações equivalem a 141,802 mortesvidas
io sto bene e così spero di te

se vires algo diz algo
à tarde quando chegámos a caldeira tinha inundado o chão
já é noite e a campainha reluz é o vizinho e a vizinha estão furiosos
se este poema deve ser exibido num ecrã grande
têm água a pingar do tecto e a cama inundada
o Gregório não tem seguro e o meu seguro não paga camas inundadas
se l’expo fa malemiracoli não tenho tempo para seguros tenho que escrever este poema
io sto bene e così spero di te

M’incanta la lontananza, che ronza
nella sbronza della notte a Milano,
nel volano di sorrisi e di baci
che sono mendaci spacci di vita
– ti sogno atterrita, nel turbinio
d’un qualche barbaro rito pagano –
e le Colonne mi paiono Atlanti
intenti a reggere quest’illusione.

M’inganna il rimpianto, l’antico canto
che sento tintinnare tra la gente
sotto forma di birre o di mojito
– e penso al tuo dito, che disegna
Pindi, Olimpi, Parnasi ed Elicone
nell’eversione che è il nostro poema –
anatema è diventata la voglia
in questa eterna, imperitura veglia.

M’inonda questa nostra fratellanza
assonanza di spiriti distanti
come un appiglio di roccia, uno scoglio
in qua scriptum erat “ignota Dea”;
e sebbene sconosciuta, ti scrivo
con l’abbrivo che mi dà questa piazza
con l’arditezza di dirti soltanto:
io sto bene e così spero di te.

Κι ο χρόνος προσθέτει χρόνο, στον χρόνο της απουσίας σου…
Κενή ψυχή σε ταλαιπωρημένο σώμα,
σαν ζωγραφιά που έχασε το χρώμα,
βούτηξε στης μοναξιάς το γκρίζο, εξαιτίας σου…
Βρίσκει την λύτρωση και πάλι στο χαρτί, χαράζοντάς το,
δίνει μορφή σε ξεχασμένες λέξεις,
Ξεθάβοντας από την λήθη σκέψεις.
Λόγια που πέφτουν στο εβένινο κενό, γεμίζοντάς το…

Προσπαθώ να σε σκοτώσω, μέσα σε βλέμματα που με σκοτώνουν…
Καινές σιωπές δίχως τον ήχο της καρδιάς σου,
ρακένδυτες, χωρίς την λάμψη της ματιάς σου.
Τ’αγκάθια των εφήμερων στιγμών, με αγκυλώνουν…
Moυ λείπεις… το απρόσωπο του πλήθους με ρουφά,
όψεις θολές, μου ψιθυρίζουν πως είμαι μόνη,
μα μέσα μου, η θύμησή σου δυναμώνει,
κι είναι ακριβώς αυτή, που με συντροφεύει στα κρυφά…

Σε βρίσκω εκεί που κάθε ποίημά μου το τέλος συναντά…
Διασχίζω βιαστικά τις συλλαβές που γέννησα,
χιλιόμετρα με σκέψεις και λέξεις μου διένυσα
τόσο καιρό μακριά σου, μπας και σε φέρω λιγάκι πιο κοντά…
Μα κάθε φορά, σ’αντικρύζω μες το νου με μάτια βουρκωμένα…
καθρεφτίζεσαι μέσα σε δάκρυα τρεμάμενα,
“έπεα πτερόεντα”, λόγια που’ναι ιπτάμενα
σου λένε: “Είμαι καλά,το ίδιο εύχομαι και για εσένα…”

Lievi segmenti di ugole vermiglie in tensione
Trafiggono dolci le pareti dei tessuti epidermici
Per posarsi, in un ronzio d’api sornione,
Sulla linea morbida delle tue spalle, compagno di viaggio.
La girandola delle voci concentriche e sussurranti
Che scivola d’un tratto dal passato di ieri al futuro dietro l’angolo
Si è fermata per poco, nascondendosi nel silenzio di un quadro campestre
Che appaga gli occhi per la sua compostezza surreale.

Che il colpo accidentale delle unioni neurali nel tuo cervello,
Possa incidere, attraversandoti con eleganza, una crisalide nel cuore
All’alba di una mattina sbiadita di settembre
Trascorsa ad ascoltare il canto della natura che si desta.
Le punte di acciaio che sono geroglifici sulla pelle
Trasformano la tua amarezza in gigli bianchi nella nebbia della città
Nella foschia di quella stessa metropoli che offusca la vista con chimere dorate
Arcigna coi passanti che parlano d’amore.

Nelle notti d’argento sulle geometrie d’asfalto
L’adrenalina pulsante svanisce nelle ombre affusolate
Nel cuore nero e puro della città
È nascosto il segreto dell’errare.
Dalle forme delicate di un fiore giallo notturno
Riemergono sillabe frammentate dal fumo screziato di una sigaretta
Una voce familiare, nell’istante che fa preludio al sonno, ti sussurra
“Io sto bene e così spero di te”.

Οι αποστάσεις είναι που μας δένουν
Σαν σκοινιά πυκνά κι αόρατα
Οι μέρες που λείπεις με τρυπούν σαν δόρατα
Ώρες και στιγμές μου μένουν
Μέχρι να ξαναγίνουμε ένα
Θέλω να γείρω απαλά στο προσκεφάλι σου
Να αγγίξω το μικρό σου αφαλό –
Είμαι καλά και το ίδιο εύχομαι για σένα

Λέξεις σφυρίζουν στο μυαλό
«μη φεύγεις», «σ’ αγαπώ», «μου λείπεις»
Κρατώ το άρωμά σου, το μυρίζω
Το φοράω, σαν ρούχο μαλακό
Νέα δάχτυλα με πλησιάζουν,
Με φλογίζουν, όσο είσαι μακριά
Αντιστέκομαι, λυγίζω Ξένια –
Είμαι καλά και το ίδιο εύχομαι για σένα

Το όνομά σου ξένο όσο κι εσύ
Χαμένο μες τις μνήμες
Με γονατίζεις με τους τρόπους σου
Γδέρνω, πέφτοντας, τις κνήμες
Θα εγερθώ για ν’ αγκαλιάσω
Αυτό που επιθυμώ, έστω χωρίς εσένα
Την οπτασία σου την αποσπώ
Είμαι καλά και το ίδιο εύχομαι για σένα

copertina Gli Dei muoiono di fame

Con gioia vi annuncio che, dopo qualche mese dal termine della campagna di crowdfunding, è finalmente uscito Gli Dei muoiono di fame! Potete acquistarlo direttamente dal sito dell’editore Temperino Rosso (in formato cartaceo o e-book), oppure su Amazon (e-book), IBS, Libreria Universitaria e chi più ne ha più ne metta! Ovviamente è ordinabile anche presso la vostra cara vecchia libreria di fiducia… Per chi ha contribuito alla raccolta fondi, l’attesa è quasi terminata!

Per festeggiare l’imminente uscita della mia seconda raccolta, Gli Dei muoiono di fame, per i tipi di Temperino Rosso Edizioni, ho deciso di rilasciare gratuitamente per qualche tempo la mia prima opera, Dalla Parte di Huàscar (CFR edizioni, 2012). Spero possa incuriosirvi. Contiene qualche poesia giovanile e un nutrito numero di componimenti datati 2010-2012. Sono presenti anche le parti I e II di un poemetto ancora in itinere; in Gli Dei muoiono di fame potrete leggere la parte III.

Dalla parte di Huàscar

Scarica gratuitamente Enrico M. Di Palma, “Dalla parte di Huàscar” (CFR edizioni, 2012)

Arthur Rimbaud, giovinastro fra i più ganzi

Da giovane appassionato di poesia e aspirante vate dei popoli e delle nazioni, mi interrogo spesso su come vadano le cose nel magico mondo dello scrivere in versi. Non che mi paghino per farlo eh, sia chiaro. Anzi, vi dirò, fra tutti i possibili temi da affrontare, quello dei soldi è il meno interessante. La poesia non si è mai venduta, non si comincerà certo adesso. E, tutto sommato, anche le bagarre sul self-publishing, sull’editoria a pagamento, sulle agenzie letterarie, sul crowdfunding mi annoiano abbastanza.
La percezione che la gente ha della poesia, invece sì, mi interessa; non tanto per fare il pop a tutti i costi, ché come sapete proprio non mi si attaglia, quanto piuttosto per capire su quale pianeta sono, e in quale tempo. Nemmeno lo scrittore più trascendentale può sottrarsi a questo collocarsi nel mondo, pena una sorta di autismo spacciato per autoreferenzialità mallarmeana.
Ecco, in questi due anni, muovendomi timidamente in un mondo che non conoscevo, quello dei poeti e dei critici, ho capito che anche la poesia è dominata dai vecchi. No no, non comincio con robe sulla rottamazione, sul “mandiamoli a casa” e cose simili, anche se ormai i blog famosi fanno soprattutto cose del genere. Anche perché, tutto sommato, la poesia si porta dietro un’aura di venusta solennità, se non da sempre almeno da quando, alle elementari, non compare sul sussidiario il faccione ipotetico di quell’orbo vecchiardo di Omero. E questo non è un male. La poesia è conservazione, è ricordo, è discendenza, e forse proprio l’eccesso del “nuovo” ha, a un certo punto, fatto scricchiolare il tutto. Eppure, se penso alla poesia, la prima immagine che mi sovviene non è quella di Berlusconi assistente geriatrico; è piuttosto quella di un bambino in piedi sulla sedia che recita filastrocche sul Natale, o quella di un sedicenne scapigliato (nel senso di spettinato, eh) che si strugge per una tizia vista in un bar… Quello che è cambiato, evidentemente è a questo livello. La poesia era una ragazzata, un gioco. Nel bene e nel male, sia chiaro: era una cosa non redditizia e non seria, quindi un po’ inutile e deprecabile, ma sapeva di fresca ingenuità, di genuina espressione, di interesse disinteressato.
Lo so, adesso pensate che stia per partire un pistolotto nostalgico sul mondo che fu, sui treni in orario, sulle bonificazioni dell’Agro Pontino e roba di questa risma. No. Non è che ci siamo di colpo tutti rimbecilliti, e non è vero che io sono il giovane salvatore poeta del nuovo millennio (cioè, questo un po’ è vero, ma non ditemelo troppe volte che poi arrossisco). I giovani non sono più interessati alla poesia perché ci sono tante nuove forme sintetiche e simboliche d’espressione, che si integrano meglio con la nostra vita, virata verso la semplificazione tecnologica e l’interconnessione. Niente di male, se non fosse che la poesia non è sostituibile al 100% con Twitter, con i cori da stadio, con la Pausini e con gli slogan pubblicitari; lo è, forse, per una buona parte, ma rimane una fetta di significazione che non può esservi trasferita: è la difficoltà. Il confronto con la complessità, con il multiforme, con i limiti e con le scalate del pensiero, delle emozioni, della lingua, queste sono le componenti che solo la poesia, fra i mezzi di comunicazione sintetico-simbolici, può raggiungere.
Non temiamo, dunque, la complessità, la profondità; non facciamoci schiacciare da un mondo così complesso da farci sfuggire nell’immediato, nel semplice, nel già dato. Non arrocchiamoci in posizioni di sicurezza, di coerenza, di pace: tentiamo il verso, che poi si cucca anche abbastanza.