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i miti

Bartolomeo Dotti, “Gli occhi neri”

Il Barocco: quale periodo più frainteso, vituperato e detestato di questo? Quanti si sono scontrati con l’assurdità dei marinisti, con l’oscurità dell’et in Arcadia ego, con la concettosità dei primi filosofi moderni, con l’incoerente pruderie della controriforma? Una certa propaganda “semplicista” ha sempre condannato la verbosità, la complessità e la dimensione ludica proprie di questo periodo, propaganda che (come saprete se avete letto le mie poesie) è tremendamente sfavorevole al mio stile. Eppure in quei riccioli e in quelle volute, in quelle auree cesellature e in quell’orrore per il vacuo ci sono Rubens e Bach, Donne e Shakespeare, de la Barca e Leibniz; bollare “la maniera” fa perdere di vista l’affresco generale, e come quest’ultimo lavori anche su chi è fuori dalle grandi correnti.

Salvator Rosa, Streghe durante i loro incantesimi, 1646

Fra i tanti poco noti, uno in particolare mi colpì, ormai nel lontano 2011: Bartolomeo Dotti. La sua vita, manco a dirlo, è di quelle da romanzo: non sfigurerebbe in qualche Feuilleton storico, fra tradimenti, duelli, carceramenti ed evasioni. Gettate un occhio a wikipedia, giusto per farvi un’idea.

Ebbene, il Dotti è fra i meno orginali dei già poco originali marinisti: encomi, liriche d’occasione, azzardi tecnici ed eccesso sono il suo pane quotidiano, tralaltro in un periodo in cui la moda iniziava a spostarsi altrove. Tuttavia alcune sue procedure erano così in sintonia con le mie, alcune immagini così vicine, da conquistarmi. Ecco una delle sue liriche più celebri, “Gli occhi neri” (il titolo, così semplice, non è ovviamente suo, ma di Croce, che in sede editoriale ha deciso di rendere più intellegibile il referente poetico – discutibile, caro Benedetto, discutibile…), presentato nella sua raccolta di sonetti del 1689. Per inciso, il libro andò malissimo, così tanto da convincerlo a “cambiare sponda”, mutare il suo stile e avvicinarsi all’Arcadia. Per la serie: c’è speranza anche per me.

Luci caliginose, ombre stellate,
Luciferi ammorzati, Esperi ardenti,
Orioni sereni, Orse turbate,
mesti Polluci e Pleiadi ridenti;
soli etiòpi e notti illuminate,
limpidi occasi e torbidi orienti,
meriggi nuvolosi, albe infocate,
foschi emisferi ed Erebi lucenti,
ottenebrati lumi e chiare eclissi,
splendide oscurità, tetri splendori,
firmamenti in error, pianeti fissi,
dèmoni luminosi, angioli mori,
tartarei paradisi, eterei abissi,
empirei de l’inferno, occhi di Clori!

Se non si fosse capito, sono tutti ossimori e contrapposizioni, accoppiati a due a due, tutti riferiti, infine, agli occhi dell’amata Clori. Ora, l’inutilità del significato è solo presunta: affogato da un significante ricco e articolato, chiede a gran voce di essere capito, ritrovato, salvato, eppure proprio dell’impasto mitologico-figurativo si nutre, nelle polarità e negli eccessi fonetici trova il suo veicolo, nell’assurdo del ridondante la via per esprimere ciò che altrimenti inesprimibile rimarrebbe.

Come sempre, a voi il rinvenimento di tali figure nei miei libri: ce ne sono numerose, anche semplicemente tematiche. Alla prossima e buona lettura!

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Le Porno Riviste

il 5 novembre 1994, esattamente sette mesi dopo il suicidio di Kurt Cobain, il Tanaro esondò. L’alluvione colpì tutte le Langhe, l’Astigiano, l’Alessandrino e addirittura il Canavese, causando enormi danni, 70 vittime e più di 2000 sfollati. Io ai tempi abitavo in frazione Mussotto d’Alba. Ricordo che quel pomeriggio stavo guardando Italia 1, per la precisione il wrestling. Era difficile beccare il wrestling in tivvù, non ero mai riuscito a capire che posizione avesse nel palinsesto. C’è da dire che da qualche mese erano usciti i Power Rangers, e quindi la mia anima era completamente asservita a loro. Fatto sta che, grazieaddio, ce l’avevo finalmente fatta. La gioia di un settenne (si dice settenne?). Ebbene, la maledetta alluvione decise di infrangere i miei sogni di gloria televisiva, facendo saltare la corrente. Nella fattispecie, era esondato il torrente Riddone, famoso fra tutti noi bambini della scuola elementare Vattelapesca perchè meta di fantastiche gite naturalistiche a caccia di rane e libellule (si, il mondo anni ’90 me lo ricordo tipo romanzo di Mark Twain). Orbene, quella puntata interrotta di wrestling mi andò di traverso, credo che interpretai la faccenda tipo Leopardi, imprecando verso nature matrigne e roba simile, un piccolo settene islandese. Ma in qualche modo sopravvissi al trauma.

Il 23 ottobre 2002, otto anni dopo, mi ritrovai lungo il Riddone, a 6 km dalla mia vecchia casa. Non c’entravano rane, alluvioni o Power Rangers. Indossavo una felpa azzurro smorto della Diesel un po’ sgualcita, le puma rosse e blu coi lacci larghi, un paio di jeans improponibilmente larghi e un cappellino della nike a cui avevo nascosto il logo con una toppa con sopra scritto in rosso “Ramones”. Era passato il tempo, avevo vissuto altrove (ma tanto altrove, diciamo a un migliaio di km), mi erano spuntati tre peli sul mento, mi ero operato di fimosi, avevo scoperto Ranma 1/2 e fatto mille altre cose. Eppure ero lì, lungo lo stesso rigagnolo, sulle cui rive, nel frattempo, un vecchio cinema era stato trasformato in un circolo ARCI dove si esibivano molti gruppi fighi, perlopiù punk, hardcore, noise, il leggendario Cinema Vekkio. Quella sera suonava un gruppo che, in quegli ultimi sei mesi, mi aveva conquistato l’anima (spodestando, non senza fatica, i Power Rangers): le Porno Riviste.

Lo so, lo so cosa pensate, del resto anche mia madre aveva pensato lo stesso, qualcosa tipo MA-CHE-DIAVOLO-SONO-QUESTI-MA-TI-RENDI-CONTO-ANARCHICI-VOLGARI-E-PROVOCATORI-MA-A-CHI-CREDONO-DI-PROVOCARE-EH-MA-SENTI-SONO-PERICOLOSI-GUARDA-CHE-NON-TI-CI-MANDO-EH-CAPITO-E-METTI-IN-ORDINE-I-CALZINI-SPARSI-PER-LA-CAMERA, ma alla fine mi mandò, complice la compagnia di un amico più grande di cui si fidava, che mi aveva iniziato ai culti misterici della birra e del punk. Perchè mi piacevano? Più o meno per gli tessi motivi per cui i miei li guardavano con sospetto, direi: provocatori, irriverenti, scazzati, ma al contempo cazzoni, provinciali, deliziosamente romantici e critici verso quello che non andava. Insomma, erano i miei miti. Il mito delle Porno Riviste alimentò buona parte della mia adolescenza: la fatidica sera del 23 ottobre (anniversario tralaltro da poco festeggiato, che sia di buon auspicio per il libro…?) conobbi altri scalzacani come me, scoprii la socialità, il gruppo, la libertà, essere me stesso, e non tanto perchè avessi da sfogare un lato “duro”, quanto piuttosto perchè le Porno Riviste, sfigati fra gli sfigati, mi regalavano l’immagine perfetta della vita provinciale, di come resistere all’alienazione e alle paranoie del mondo in cui crescevo e che mi stava stretto; il punk che loro incarnavano era pura emergenza comunicativa, senza giudizio, per la serie “buttati, c’è il pogo che ti regge”.

Le Porno Riviste (di cui tralaltro ho ritrovo intatto il sito, dopo tutti questi anni! Dategli un occhio per fare un tuffo in quello che era il mondo di internet di allora… meraviglia) avevano due cantanti: Tommi e Dani. Il primo, ancora oggi frontman del gruppo, scriveva pezzi divertenti, irriverenti e cazzoni, tipo “In mutande da te”, “Kaellante (bastardo)”, “M.I.B. (Macchina incula bambini)”; Dani era era specie di para-esistenzialista, molto più profondo e romantico, ai limiti del “difficile”, in un mondo come quello del punk. Inutile dire che io preferivo (preferisco) Dani. Questa canzone in particolare (e qui arriviamo a Gli Dei muoiono di fame… Ascoltate, leggete e buona caccia!), dall’album Tensione 16, segna il punto più alto della sua scrittura, accompagnata da una musica inaspettatamente articolata…

I Diafanoidi vengono da Marte

Comincia oggi questa rubrichetta – a cadenza saltuaria – tenuta da me medesimo tale: I miti dietro “Gli Dei muoiono di fame. Come avrà notato chi ha letto il libro, il viaggio immaginario e immaginifico che compio in esso è costellato di miti: storie, personaggi, culti, talvolta Dei noti e riconoscibili, talaltra eroi minori e dimenticati, se non morti. L’eterno gioco della cività è quello di far rivivere in maniera sempre nuova e attuale quegli aspetti irrinunciabili dell’umano, incarnandoli in immagini, opere, ideologie via via diverse. Senza svelare le carte (ché se no il gioco perde ogni divertimento!), ve ne racconterò alcuni: a voi rintracciarli nel testo e dare loro un senso, il vostro senso.

Il primo mito che vi presento è legato alla fantascienza, in particolare al film I Diafanoidi vengono da Marte. Negli anni ’60, in un’industria italiana del cinema pimpante e diversificata, il regista Antonio Margheriti fu fra i primi del nostro paese a interessarsi alla fantascienza: diede nuova linfa al genere, facendo di necessità virtù e girando ben quattro film in 12 settimane. Ne uscì la tetralogia Gamma Uno, che racconta le avventure dell’equipaggio dell’omonima stazione spaziale. L’immaginario estetico è quello classico, con razzi, tute colorate e dischi volanti, ma il tutto è girato con gran fantasia, spirito d’avventura e, soprattutto, enorme penuria di mezzi. I Diafanoidi vengono da marte è il secondo film di questa saga; il mito dell’alieno è qui declinato (in omaggio al capolavoro L’invasione degli ultracorpi e al più recente Terrore nello spazio) nel tema della controllo mentale: il pericolo viene da entità luminescenti e incorporee, impossibili da contrastare attraverso le armi, che si impossessano di chi stà loro intorno per perpretrare i propri piani di conquista. La perdita del controllo, la paralisi, l’impossibilità di vedere l’ignoto, il diverso, tutte paure senza tempo eppure in ogni tempo incarnate; qui attraverso il cinema, e nemmeno un cinema “autoriale”: un archetipo con le fattezze naif da b-movie di periferia.

Su YouTube è presente il film nella sua interezza e con una breve introduzione: se guardate almeno i primi due minuti di questa scoprirete cosa c’entra tutto questo con Gli Dei muoiono di fame 😉

Buona visione e alla prossima!