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difficoltà

Arthur Rimbaud, giovinastro fra i più ganzi

Da giovane appassionato di poesia e aspirante vate dei popoli e delle nazioni, mi interrogo spesso su come vadano le cose nel magico mondo dello scrivere in versi. Non che mi paghino per farlo eh, sia chiaro. Anzi, vi dirò, fra tutti i possibili temi da affrontare, quello dei soldi è il meno interessante. La poesia non si è mai venduta, non si comincerà certo adesso. E, tutto sommato, anche le bagarre sul self-publishing, sull’editoria a pagamento, sulle agenzie letterarie, sul crowdfunding mi annoiano abbastanza.
La percezione che la gente ha della poesia, invece sì, mi interessa; non tanto per fare il pop a tutti i costi, ché come sapete proprio non mi si attaglia, quanto piuttosto per capire su quale pianeta sono, e in quale tempo. Nemmeno lo scrittore più trascendentale può sottrarsi a questo collocarsi nel mondo, pena una sorta di autismo spacciato per autoreferenzialità mallarmeana.
Ecco, in questi due anni, muovendomi timidamente in un mondo che non conoscevo, quello dei poeti e dei critici, ho capito che anche la poesia è dominata dai vecchi. No no, non comincio con robe sulla rottamazione, sul “mandiamoli a casa” e cose simili, anche se ormai i blog famosi fanno soprattutto cose del genere. Anche perché, tutto sommato, la poesia si porta dietro un’aura di venusta solennità, se non da sempre almeno da quando, alle elementari, non compare sul sussidiario il faccione ipotetico di quell’orbo vecchiardo di Omero. E questo non è un male. La poesia è conservazione, è ricordo, è discendenza, e forse proprio l’eccesso del “nuovo” ha, a un certo punto, fatto scricchiolare il tutto. Eppure, se penso alla poesia, la prima immagine che mi sovviene non è quella di Berlusconi assistente geriatrico; è piuttosto quella di un bambino in piedi sulla sedia che recita filastrocche sul Natale, o quella di un sedicenne scapigliato (nel senso di spettinato, eh) che si strugge per una tizia vista in un bar… Quello che è cambiato, evidentemente è a questo livello. La poesia era una ragazzata, un gioco. Nel bene e nel male, sia chiaro: era una cosa non redditizia e non seria, quindi un po’ inutile e deprecabile, ma sapeva di fresca ingenuità, di genuina espressione, di interesse disinteressato.
Lo so, adesso pensate che stia per partire un pistolotto nostalgico sul mondo che fu, sui treni in orario, sulle bonificazioni dell’Agro Pontino e roba di questa risma. No. Non è che ci siamo di colpo tutti rimbecilliti, e non è vero che io sono il giovane salvatore poeta del nuovo millennio (cioè, questo un po’ è vero, ma non ditemelo troppe volte che poi arrossisco). I giovani non sono più interessati alla poesia perché ci sono tante nuove forme sintetiche e simboliche d’espressione, che si integrano meglio con la nostra vita, virata verso la semplificazione tecnologica e l’interconnessione. Niente di male, se non fosse che la poesia non è sostituibile al 100% con Twitter, con i cori da stadio, con la Pausini e con gli slogan pubblicitari; lo è, forse, per una buona parte, ma rimane una fetta di significazione che non può esservi trasferita: è la difficoltà. Il confronto con la complessità, con il multiforme, con i limiti e con le scalate del pensiero, delle emozioni, della lingua, queste sono le componenti che solo la poesia, fra i mezzi di comunicazione sintetico-simbolici, può raggiungere.
Non temiamo, dunque, la complessità, la profondità; non facciamoci schiacciare da un mondo così complesso da farci sfuggire nell’immediato, nel semplice, nel già dato. Non arrocchiamoci in posizioni di sicurezza, di coerenza, di pace: tentiamo il verso, che poi si cucca anche abbastanza.

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