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Archivio mensile:novembre 2014

Bartolomeo Dotti, “Gli occhi neri”

Il Barocco: quale periodo più frainteso, vituperato e detestato di questo? Quanti si sono scontrati con l’assurdità dei marinisti, con l’oscurità dell’et in Arcadia ego, con la concettosità dei primi filosofi moderni, con l’incoerente pruderie della controriforma? Una certa propaganda “semplicista” ha sempre condannato la verbosità, la complessità e la dimensione ludica proprie di questo periodo, propaganda che (come saprete se avete letto le mie poesie) è tremendamente sfavorevole al mio stile. Eppure in quei riccioli e in quelle volute, in quelle auree cesellature e in quell’orrore per il vacuo ci sono Rubens e Bach, Donne e Shakespeare, de la Barca e Leibniz; bollare “la maniera” fa perdere di vista l’affresco generale, e come quest’ultimo lavori anche su chi è fuori dalle grandi correnti.

Salvator Rosa, Streghe durante i loro incantesimi, 1646

Fra i tanti poco noti, uno in particolare mi colpì, ormai nel lontano 2011: Bartolomeo Dotti. La sua vita, manco a dirlo, è di quelle da romanzo: non sfigurerebbe in qualche Feuilleton storico, fra tradimenti, duelli, carceramenti ed evasioni. Gettate un occhio a wikipedia, giusto per farvi un’idea.

Ebbene, il Dotti è fra i meno orginali dei già poco originali marinisti: encomi, liriche d’occasione, azzardi tecnici ed eccesso sono il suo pane quotidiano, tralaltro in un periodo in cui la moda iniziava a spostarsi altrove. Tuttavia alcune sue procedure erano così in sintonia con le mie, alcune immagini così vicine, da conquistarmi. Ecco una delle sue liriche più celebri, “Gli occhi neri” (il titolo, così semplice, non è ovviamente suo, ma di Croce, che in sede editoriale ha deciso di rendere più intellegibile il referente poetico – discutibile, caro Benedetto, discutibile…), presentato nella sua raccolta di sonetti del 1689. Per inciso, il libro andò malissimo, così tanto da convincerlo a “cambiare sponda”, mutare il suo stile e avvicinarsi all’Arcadia. Per la serie: c’è speranza anche per me.

Luci caliginose, ombre stellate,
Luciferi ammorzati, Esperi ardenti,
Orioni sereni, Orse turbate,
mesti Polluci e Pleiadi ridenti;
soli etiòpi e notti illuminate,
limpidi occasi e torbidi orienti,
meriggi nuvolosi, albe infocate,
foschi emisferi ed Erebi lucenti,
ottenebrati lumi e chiare eclissi,
splendide oscurità, tetri splendori,
firmamenti in error, pianeti fissi,
dèmoni luminosi, angioli mori,
tartarei paradisi, eterei abissi,
empirei de l’inferno, occhi di Clori!

Se non si fosse capito, sono tutti ossimori e contrapposizioni, accoppiati a due a due, tutti riferiti, infine, agli occhi dell’amata Clori. Ora, l’inutilità del significato è solo presunta: affogato da un significante ricco e articolato, chiede a gran voce di essere capito, ritrovato, salvato, eppure proprio dell’impasto mitologico-figurativo si nutre, nelle polarità e negli eccessi fonetici trova il suo veicolo, nell’assurdo del ridondante la via per esprimere ciò che altrimenti inesprimibile rimarrebbe.

Come sempre, a voi il rinvenimento di tali figure nei miei libri: ce ne sono numerose, anche semplicemente tematiche. Alla prossima e buona lettura!

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Ieri pomeriggio ho presentato il mio “Gli Dei muoiono di fame” nella Biblioteca del comune di Corte Palasio, nel cuore della campagna lodigiana. Con me i baldi Riccardo Bozano e Ivo De Palma, che hanno letto qualche mio componimento e chiacchierato di poesia, arte, teatro e immaginazione. La presentazione era inserita nel ciclo di eventi “Incotri a corte“, un’iniziativa intelligente e divertente per coinvolgere grandi e piccini e far loro vivere la biblioteca, la cultura e il territorio. Un grazie a tutti quelli che hanno contribuito alla presentazione, in particolare a Elena!

Riccardo Bozano

Ivo De Palma

los tres caballeros

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